Per chi non è a suo agio con Internet e con le potenzialità del Web c’è da specificare che Facebook è stato fondato il 4 febbraio 2004 da Mark Zuckerberg all'epoca studente diciannovenne presso l'università di Harvard, con l'aiuto di Andrew McCollum e Eduardo Saverin. Per la fine del mese, più della metà della popolazione universitaria di Harvard era registrata al servizio. Sempre “saccheggiando” la Rete si può dire in poche parole che in Facebook gli utenti creano profili che spesso contengono fotografie e liste di interessi personali, scambiano messaggi privati o pubblici e fanno parte di gruppi di amici. Se è vero che i profili riguardano prevalentemente persone, molti in realtà sono costituiti da gruppi di discussione dedicati ai temi più disparati. Provando a cercare “Garfagnana” fra le pagine del più famoso social network si hanno risultati interessanti. In testa, per il numero di utenti, il profilo “Garfagnana”, con 1.961 persone che hanno lasciato un “mi piace” e, a seguire, un altro “Garfagnana” con 1.466 iscritti, fondato da Mario Puppa, con interessanti foto e notizie in bacheca. Simpatici altri profili, dedicati agli “Amici della Garfagnana-Friends of Garfagnana” e anche “Adoro la Garfagnana-Garfagnana mi garbi” con entrambi i titoli in versione “bilingue” o il semplice “Io amo la Garfagnana” con 548 iscritti. Chiude le tematiche generali “La mia Garfagnana”, che raccoglie un po’ di articoli storici pubblicati sul tema negli anni.
Fanno indubbiamente da padrone un numero elevato di sodalizi garfagnini, segno anche della vivacità associativa del territorio. Cito, ad esempio e senza pretesa di completare l’elenco, l’Atletico Castiglione, il Golf Club Garfagnana, lo Speleoclub Garfagnana, il G.S. Orecchiella, lo Slow Food (con ben 1.352 amici), il Rugby Garfagnana, il Garfagnana Bikers (motociclismo), il Gruppo Valanga Alpina di Sillicano, la Consulta Giovanile e la Corale del Duomo di Castelnuovo di Garfagnana, il Gruppo folclorico la Muffrina di Camporgiano e così via.
Rinveniamo, fra i riferimenti garfagnini, anche semplici Comuni e località, come Castelnuovo, Magliano, Trassilico, i fans di Casciana (fondatore Luigi Menchi), San Romano, la Parrocchia di Borsigliana, Mozzanella (con ben 152 membri) e Piazza al Serchio.
In una sorta di categoria arte/natura possiamo citare i due davvero interessanti profili dedicati a “Gli alberi più belli della Garfagnana” e “I campanili della Garfagnana”, sicuramente da consultare soprattutto per le bellissime foto raccolte e pubblicate.
In uno sguardo rivolto alle peculiarità alimentari si trovano invece i profili “I love necci”, argomento che valica la Garfagnana e accoglie anche l’Appennino pistoiese e “Fogaccia leva”, dichiaratamente “dedicato ai Gallicanesi DOC”.
Non mancano gruppi che cercano di collegare i “Professionisti nati in Garfagnana” (405 membri, fondato da Antonio Dini) e un profilo ”Vogliamo la superstrada in Garfagnana”, di ben 1.371 iscritti, che ha per obiettivo quello di “raccogliere tutti quelli che, aldilà delle convinzioni politiche, vogliono avere una strada che li colleghi con il resto del mondo in modo semplice e veloce”.
Chiudiamo l’elenco con “Garfagnana indipendente” dove si dichiara candidamente che “odiati e derisi dai lucchesi è il momento di lasciarli senza acqua” e, per par condicio il “Non siamo garfagnini”, per continuare una “tradizione” campanilistica che qualcuno, probabilmente, sente ancora.
Storia, folklore e tradizioni
Questo blog sulla Garfagnana è volutamente uno zibaldone: raccoglie i miei articoli di storia e cultura locale pubblicati, negli anni, in zona (da Il Corriere di Garfagnana, La Pania, Ponti nel Tempo...). Si tratta di utilizzare uno strumento telematico per archiviare questa documentazione e - perché no? - permetterne la lettura anche ad appassionati della Garfagnana. Nulla di più. Buona lettura...
Manuele Bellonzi
28 gennaio 2011
03 gennaio 2011
If this was America…e non solo
È tutto da leggere l’articolo di Sergio Casci pubblicato sulla rivista Italia & Italy dal titolo If this was America (Se questa fosse America). Il famoso autore italo-scozzese di American cousins ci prova a raccontare la sua adolescenza ed il suo rapporto con la lingua -e cultura- dei genitori e dei nonni. In Italia il figlio e nipote di emigranti non è più né italiano né scozzese ma, consapevole di essere incapace di discutere che di calcio e pastasciutta, rischia di perdersi nell’affannoso tentativo di raggiungere coloro che hanno avuto la fortuna di nascere e crescere nella madrepatria. Ecco quindi la soluzione: rifiutare la condizione di italiano pro quota alla continua ricerca di identità ed “inventarsi” lo status di purosangue, 100% italo-scozzese. Da qui il rinnovato orgoglio di far parte di un gruppo che ha dato molto sia al mondo degli affari, dell’arte come dello sport.
Si è tanto (e giustamente) parlato della storia della nostra emigrazione. Spesso sono stati evidenziati più i successi, il valore assoluto dell’aver “fatto fortuna”, che le dolorose avventure finite talvolta in tragedia. Come non fare invece un cenno alle lettere dell’ormai conosciutissima storia di Angelina Bartolomasi di Camporgiano a San Carlos do Pinhal? La certezza che questo tempo passerà presto, verrò a mangiare fichi e l'uva questaltranno racchiude tutta l’anima del migrante ottocentesco e non abbisogna d’altro per comprendere il sentimento e le passioni dei nostri avi.
Ma al di là dell’aspetto storico-emozionale, sempre con le riflessioni di Sergio Casci, ci dovrebbe forse unire, oggi, una storia più grande, una storia condivisa. Questa storia che non appartiene solo a chi è rimasto al di là della frontiera, ma che va ricercata nel DNA di ciascuno di noi, nessuno escluso, anche in patria e ancor di più in Garfagnana.
Fra le carte che la nonna materna di Vibbiana conservava gelosamente e mi mostrava fin da piccolo c’era il passaporto dell’avo Giuseppe che, nel 1858, andava a CastagnetoToscano terra granducale, i documenti del padre Giovan Battista che partiva per la Corsica nel 1869 e del marito Mansueto, che arrivò a Ellis Island il 20 maggio 1912 colla nave Rochambeau salpata in Francia dal porto di Le Havre.
Chi cresce con questi ricordi non è né italiano né straniero. Gli sterili campanilismi locali e i sempre più frequenti nazionalismi non possono aver dunque presa. Sono d’accordo con Sergio Casci che forse possiamo coniare una sorta di tertium genus, una categoria tutta propria che una volta tanto ha il vantaggio di non dividere ma unire, e quella storia e quelle esperienze sono solo nostre (…), ci hanno aiutato ad essere quello che siamo.
Si è tanto (e giustamente) parlato della storia della nostra emigrazione. Spesso sono stati evidenziati più i successi, il valore assoluto dell’aver “fatto fortuna”, che le dolorose avventure finite talvolta in tragedia. Come non fare invece un cenno alle lettere dell’ormai conosciutissima storia di Angelina Bartolomasi di Camporgiano a San Carlos do Pinhal? La certezza che questo tempo passerà presto, verrò a mangiare fichi e l'uva questaltranno racchiude tutta l’anima del migrante ottocentesco e non abbisogna d’altro per comprendere il sentimento e le passioni dei nostri avi.
Ma al di là dell’aspetto storico-emozionale, sempre con le riflessioni di Sergio Casci, ci dovrebbe forse unire, oggi, una storia più grande, una storia condivisa. Questa storia che non appartiene solo a chi è rimasto al di là della frontiera, ma che va ricercata nel DNA di ciascuno di noi, nessuno escluso, anche in patria e ancor di più in Garfagnana.
Fra le carte che la nonna materna di Vibbiana conservava gelosamente e mi mostrava fin da piccolo c’era il passaporto dell’avo Giuseppe che, nel 1858, andava a CastagnetoToscano terra granducale, i documenti del padre Giovan Battista che partiva per la Corsica nel 1869 e del marito Mansueto, che arrivò a Ellis Island il 20 maggio 1912 colla nave Rochambeau salpata in Francia dal porto di Le Havre.
Chi cresce con questi ricordi non è né italiano né straniero. Gli sterili campanilismi locali e i sempre più frequenti nazionalismi non possono aver dunque presa. Sono d’accordo con Sergio Casci che forse possiamo coniare una sorta di tertium genus, una categoria tutta propria che una volta tanto ha il vantaggio di non dividere ma unire, e quella storia e quelle esperienze sono solo nostre (…), ci hanno aiutato ad essere quello che siamo.
02 gennaio 2011
Per una genealogia di Brucciano
Pela minha avó paterna sou descendente dos Moscardini. Tenho parte da genealogia até o século XVII. São naturais de Brucciano-Garfagnana-Lucca, Toscana. A casa original da família ainda existe na Itália…
La storia della propria famiglia, soprattutto se si vive in un paese straniero e si porta un cognome italiano, è spesso ricercata da molti con determinata passione. Non è difficile trovare in Internet questi annunci, principalmente provenienti dal Brasile e dall’Argentina, terre dove i nostri emigranti si recarono soprattutto dopo la seconda metà dell’Ottocento. Prendo spunto dai discendenti della famiglia Moscardini di Santos - San Paolo, originari di Brucciano, per riprendere il discorso su quella frazione e sui suoi abitanti ottocenteschi.
Per il provetto genealogista che voglia iniziare le sue ricerche non v’è dubbio che gli archivi anagrafici comunali siano un necessario punto di partenza. Fra il 1860 e il 1870, dopo l’unità d’Italia, ai comuni fu prescritto infatti di tenere i registri della popolazione. A quell’epoca risale quindi una sorta di prima fotografia dei residenti, con alcune ulteriori informazioni fondamentali: data di nascita, paternità e maternità, professione.
Riporto quindi l’elenco dei capofamiglia di Brucciano, secondo l’ordine dato dal Comune di Molazzana, sperando di dare una mano a coloro che ricercano i propri avi…e magari di incuriosire chi ritrova il proprio cognome e forse qualche antenato.
Seguendo questo link è possibile consultare l'articolo completo con la geneologia dettagliata
La storia della propria famiglia, soprattutto se si vive in un paese straniero e si porta un cognome italiano, è spesso ricercata da molti con determinata passione. Non è difficile trovare in Internet questi annunci, principalmente provenienti dal Brasile e dall’Argentina, terre dove i nostri emigranti si recarono soprattutto dopo la seconda metà dell’Ottocento. Prendo spunto dai discendenti della famiglia Moscardini di Santos - San Paolo, originari di Brucciano, per riprendere il discorso su quella frazione e sui suoi abitanti ottocenteschi.
Per il provetto genealogista che voglia iniziare le sue ricerche non v’è dubbio che gli archivi anagrafici comunali siano un necessario punto di partenza. Fra il 1860 e il 1870, dopo l’unità d’Italia, ai comuni fu prescritto infatti di tenere i registri della popolazione. A quell’epoca risale quindi una sorta di prima fotografia dei residenti, con alcune ulteriori informazioni fondamentali: data di nascita, paternità e maternità, professione.
Riporto quindi l’elenco dei capofamiglia di Brucciano, secondo l’ordine dato dal Comune di Molazzana, sperando di dare una mano a coloro che ricercano i propri avi…e magari di incuriosire chi ritrova il proprio cognome e forse qualche antenato.
Seguendo questo link è possibile consultare l'articolo completo con la geneologia dettagliata
Notizia alli posteri, e avviso per li funghi
La stagione particolarmente favorevole dell'autunno 2009 ha fatto parlare ancora molto dei funghi garfagnini. I funghi porcini della Garfagnana e della Valle del Serchio fanno parte, a pieno titolo, del paniere lucchese dei prodotti tipici tradizionali e locali. Forse è l'unico “prodotto”, assieme alla Trota Fario dei nostri torrenti, ad essere così “come natura crea”, senza nessuna manipolazione. Al di là del sapore del nostro ineguagliabile porcino, il fascino della stessa raccolta dei funghi, ai garfagnini, non dev'essere certo spiegato. Questa sana follia collettiva ci contamina senza pietà e porta, indigeni e forestieri, a batter ogni metro di bosco e selva, a correre instancabili su e giù per le coste appenniniche e apuane alla ricerca del profumatissimo boletus.
Non possiamo dimenticare anche l'apporto scientifico dell'associazionismo e le notevoli e meritevoli iniziative del Gruppo Micologico Lucchese “B. Puccinelli” che da anni organizza mostre sui funghi, pubblica notizie e fa cultura sulla sicurezza del prodotto fungino. Sempre in merito ai rischi di tossicità dei funghi, mai sufficientemente ribaditi, dobbiamo accennare all'importante servizio del Dipartimento di Prevenzione dell'Azienda USL2 di Lucca che, tramite l'Igiene degli alimenti, garantisce tutti i giorni il controllo gratuito dei funghi a fini alimentari per chi voglia usufruirne.
E sempre in merito ai rischi di avvelenamento per funghi ci viene in aiuto un documento rinvenuto nell'Archivio comunale di Molazzana, che risale al luglio del 1779. Il cronista di 230 anni fa è Luigi Pieroni, notaio di Sassi dal 1768 al 1817 e Cancelliere della Comunità che, fra le memorie dell'antico Comune, inserisce una Notizia alli posteri e avviso per li funghi. Racconta il Cancelliere che un certo Giovanni Ferrari abitava in Sassi con moglie e sette figli; tre maschi e quattro femmine. Sembra che la mattina dell'otto mese suddetto, giorno di giovedì, tutti mangiassero funghi, e per tutto il giovedì fino a mezza notte non sentissero alcun male. Nella mezza notte incominciò a sentirsi male Maria Caterina, moglie del detto Giovanni Ferrari ed in seguito tutti li figli, e marito, nel giorno di domenica (10 luglio) morirono in cinque, cioè la moglie suddetta alle ore italiane 8, in seguito alle dodici morì Antonia figlia, alle 16 morì Apollonia pure figlia, alle ventidue morì Giovanna similmente figlia, alle ore 9 dell'11 suddetto morì Antonio figlio, così che in una sola processione la mattina dell'11 furono portati alla chiesa e moniti delli Santissimi Sacramenti (…). Scamparono quindi all'avvelenamento solo il marito con due figli maschi e una femmina.
Il cronista settecentesco già nel titolo dello scritto è chiaro nell'intento: darne notizia ai posteri ed avvisare della pericolosità dei funghi. Un proposito giusto e ancora valido oggigiorno, dove ancora si contano a decine le intossicazioni da funghi nelle stagioni di raccolta.
Conclude il notaio di Sassi, con formula quasi testamentaria (e magari un po' interessata), fra il civile e il religioso, ricordando che il caso serva, e sia a ciascheduno di regola, e di esempio col riflesso che la morte sta nascosta in qualunque cosa, e per qualunque cosa si può morire, a tal effetto (bisogna) stare sempre preparati che non sappiamo ne' l'ora ne' il momento.
Da Piritano a Colle Panestra, via Pasquigliora - Una ricognizione ottocentesca
Chi si voglia, oggi, fare una passeggiata per gli antichi possedimenti comunali di Sassi e di Eglio, deve prendersi, magari dalla Foce, il percorso Garfagnana Trekking che arriva all’Alpe di Sant’Antonio e da lì, se ha intenzione di proseguire, il sentiero del CAI n. 133 fino ai 1008 m.s.l.m. di Colle Panestra e poi ancora più su, verso il Piglionico. Tutta questa parte di territorio, sovrastato dal gruppo delle Panie, fra gli ottocento e i mille metri, da tempo immemorabile era stato in minima parte appoderato e, per la maggior estensione, corrispondeva alle vastissime proprietà collettive dei Comuni di Sassi e di Eglio. Nessuno ci sa dire, con certezza, a quando risale un tale uso del territorio, particolarmente sviluppato e regolamentato nei secoli in Garfagnana. Probabilmente di origine longobarda (la gewere, comunione “a mani riunite”), lo sfruttamento comune di boschi e pascoli ha riguardato le nostre terre sicuramente fino all’Ottocento, quando l’aumento della popolazione e il bisogno di terra familiare fece venire meno, quasi integralmente, queste consuetudini. Un primo accenno ai tempi che, inesorabilmente, cambiavano, si ritrova in una delibera del Consiglio comunale di Sassi ed Eglio che risale all’ottobre del 1819. Il sindaco pro tempore e alcuni consiglieri nominati appositamente si dovettero recare, per ben quattordici giorni, in missione per i vari territori dell’Alpe, col fine di verificare quanti si fossero impossessati, a vario titolo, dei beni collettivi. Vi è da dire che oramai molti avevano trasformato l’alpeggio in residenza definitiva, e necessitavano quindi comprensibilmente di terreni da coltivare, oltre al pascolo e al bosco che sicuramente già abbondava. Il 16 ottobre 1818 parte, con il “cavallo di san Francesco”, la commissione comunale verso le località di Frassinelli e Cervetti, per controllare il terreno a confine con il fondo di Giovanni del fu Pietro Pucci di Pasquigliora, con la selva del Beneficio Parrocchiale di San Frediano di Sassi e di altri beni pubblici. Subito si verificò che detto Giovanni Pucci s’era avvanzato nel Comunale con campetti; del quale avanzamento vendutoli il fondo, fu convenuto che dovesse pagare entro due anni prossimi avvenire a detto Pubblico la somma di scudi di Garfagnana trentadue, facenti italiane lire 56. Quindi lo sconfinamento avrebbe permesso una conciliazione con il Comune ma, comunque, a carico del Pucci, sarebbe residuata una somma da pagare e obbligato a garantire il passaggio alle bestie di Pasquigliora che transitavano al confine con i suoi campi. Seguono altre verifiche nell’Alpe, nelle località alla Borra della Fornace, al Campo del Cola, a Colle a Panestra, al Campaccio, al Bertone, al Palazzetto, a Piritano sopra la casa del Pierotto, al Prato del Cerro, alla Freddania, alla Costa del Bitta, al Borrone del Teverone, in Cervaja, nelle Conche e così via. In tutte le occasioni, verificato lo “sconfinamento” si provvide a verbalizzare il fatto e a far pagare una somma di denaro (spesso rateizzata) a carico del privato che, però, sarebbe rimasto proprietario del terreno -abusivamente- occupato.
Non è facile, avventurandosi oggi per quegli antichi sentieri, cogliere fino in fondo il valore universale di quei fazzoletti di terra pietrosa e terrazzata e il significato pieno dell’appoderamento, durato per secoli, dell’Alpe di Sassi ed Eglio e, se vogliamo, dell’Appennino tutto. Spesso sono i “forestieri” che, per scelta e non per eredità, ci fanno riflettere sul valore intrinseco di un territorio aspro e rude (come scrisse un giornalista di città) ma altrettanto duttile e accogliente. E, dopo la faticosa e conquistata salita di Pasquigliora, seduti ad ispirarsi sulla panca che fu dell’ultimo Maraini, come non restare muti, immobili e impotenti, a cercare con lo sguardo un solido appiglio sui fronti del Piglionico e della Pania?
(Pasquigliora, Molazzana - Fosco Maraini, 2000, foto di O. Kuranosuke)
Molazzana: conti pubblici e spese settecentesche
La gestione dei (magri) bilanci della Comunità di Molazzana dei secoli passati era abbastanza semplice. Il sistema si basava sugli incanti dei beni comunali da cui si ricavavano i maggiori proventi (i due mulini, il macello, il provento del pane, l’osteria, l’aiara bianca del Serchio e così via) e sulle colte, ossia in bilanci trimestrali dove si riassumevano le poste attive e passive del periodo e si suddividevano i debiti sugli abitanti, in base degli estimi delle proprietà.
Di gennaio, marzo, giugno (intorno alla festa di San Pietro, da cui prendeva il nome questa colta) e settembre i sindaci (consoli) eletti per un semestre a rotazione fra i migliori cittadini di Molazzana, si riunivano con il cancelliere -di solito il notaio del luogo- per riassumere entrate e spese.
Può essere interessante andare a sfogliare gli antichi registri della prima metà del Settecento per scoprire quali fossero le principali come le non comuni spese dell’ente.
Innanzi tutto i primi ad essere pagati per la loro mercede, neanche a dirlo, erano i consoli e il cancelliere della comunità. Non bisogna però dimenticare che, inoltre, amministratori e ufficiali dovevano essere approvvigionati di cibarie durante le riunioni e rimborsati per le spese di viaggio. Il 6 gennaio 1743 si ricorda infatti una somma restituita a Giovanni Graziani, per aver speso nella colazione del sig. Podestà in occasione delli incanti con il sig. Notaro et esecutori. Più o meno dello stesso tenore le 12 lire rimborsate a Giovanni del maestro Andrea Bellonzi per cibaria al sig. Podestà e notaro in occasione di aver scorporato in parte i Comunali della Comunità per ordine Serenissimo.
Pure le spese militari non erano cose da poco. Spettava infatti annualmente alle comunità garfagnine una partita di legna da consegnare direttamente alla Fortezza di Montalfonso ed oneri vari per rifornire la milizia cittadina e le sporadiche visite del sig. Colonnello. Nel 1742, scoppiata la guerra per la successione d’Austria e fuggito il duca Francesco III, i forti garfagnini furono presidiati dalle truppe austro-sarde di Carlo Emanuele di Savoia, costringendo Molazzana, per mano di Nicolao Cecchini, a consegnare li archibugi nella Rocca di Castelnuovo, richiesti e richiamati dall’ill.mo conte Ludovico Attems comandante austriaco nella Fortezza di Monte Alfonso. Non bastando ciò quattro cittadini, ossia Giovanni Setti, Santo Guidugli, Pellegrino Guidugli e Antonio Guidugli di Montatissimo furono pagati per essere andati a Monte Alfonso a lavorare per ordine Serenissimo.
Non poche poste passive impegnavano Molazzana anche nei confronti di chiese e confraternite. Se si provvedeva stabilmente a pagare la Compagnia del Santissimo Nome di Giesù (sic) per le messe di S. Rocco e Vittorio, egualmente non era raro donare alcune libbre di cera all’altare del Santissimo Crocifisso come per la Processione del Corpus Domini e metterle a bilancio comunale. Si rinvengono inoltre alcune poste pagate al sig. Rettore per li olei santi o per l’elemosina della messa cantata detta al Eremita per ordine della Comunità. Nel 1740 si registrano L. 10 a Leonardo Benedetti, officiale del anno scorso per spesi per la Comunità in occasione di far fare un Officio per l’Anime del Purgatorio il dì 7 marzo 1740, cioè la matina seguente doppo che fu venuto il fragello del tremoto.
Le maggiori spese riguardavano però la manutenzione dei beni pubblici e gli interventi sul territorio. Prima di tutto per i mulini, vera ricchezza del comune, necessitavano dei continui interventi, fra cui la comodatura del palo del Molino di sopra; la condotta del ceppo e macina; dui fiaschi di vino dati alli maestri picchiarini; tre staia di calcina date per acomodare le molina quando si messero su li dui ceppi novi e così via. Fra gli interventi che oggi diremmo di “igiene pubblica” ritroviamo delle somme di denaro versate a Filippo di Giovanni Santo Benedetti e a Giulio di Iacopo Guidagli per aver netta la fontana della Casella e quella di Molazzana.
La comunità provvedeva inoltre a mantenere un Maestro di Scola, che trimestralmente costava a Molazzana, all’incirca, non più del prezzo della citata colazione per il notaio e il podestà di Trassilico. Neanche a dirlo, il maestro del comune, nel 1742, non poteva che essere un certo messer Moni.
Ancora storie di mulini
Non si può non parlare di Molazzana e della sua storia, senza trovarsi sempre in mezzo a eventi che riguardano i mulini. Mi era già capitato di discorrere su La Pania dei due mulini comunali, ancora esistenti, sul fosso di Merecchia e Vescherana. Quei due fabbricati che, fin dalla notte dei tempi, venivano affidati all’incanto e gestiti, anno per anno, da un appartenente alla Comunità. Possiamo quindi sicuramente affermare che, prima o poi, ogni famiglia del capoluogo abbia svolto, almeno per un’annualità, la professione del mugnaio. L’atto formale di consegna (verso gennaio) agli assegnatari avveniva alla presenza dei Consoli, ossia dei due magistrati comunali e del cancelliere. In quell’occasione si verificava la correttezza del lavoro dei precedenti mugnai e si affidava l’immobile e le attrezzature ai nuovi, facendoli solennemente giurare di rispettare regole e correttezza. Forse le croci che si trovano ancora scolpite sugli stipiti in pietra del Mulino di Sotto servivano proprio a questo uso?
I verbali di Molazzana del 1794, a firma di ser Gaetano Filippini, cancelliere della Comunità di Molazzana, riportano: s’incantò il provento del molino di sotto e dopo replicate offerte restò a Marco Marchini come maggiore offerente a scudi n. 33…s’incantò il provento del molino di sopra e dopo replicate offerte restò al sig. alfiere Giuseppe Cecchini come maggior offerente per scudi n. 22. Altra consegna e giuramento, del 13 nevoso (2 gennaio) del 1797, in pieno periodo napoleonico, viene ricordata dagli atti della Comunità, a firma del console Luigi Bellonzi e del cancelliere Filippini.
Come sappiamo lo Statuto seicentesco del Comune vietava di macinare le granaglie o le castagne fuori dal proprio territorio, in modo da garantire agli assegnatari un reddito annuo pressoché stabile. Ciò non impedì, nel 1742, dopo una lite furibonda con gli abitanti di Promiana e di Montaltissimo, la costruzione di un nuovo mulino in quest’ultimo territorio, in località Grignetola, che sarebbe però dovuto tornare, dopo venti anni d’uso, in proprietà piena di Molazzana.
Un altro conflitto settecentesco, fra Molazzana e Brucciano, ci permette di rileggere una lunga controversia che riguarda un altro mulino. Un rogito datato 9 maggio 1589 di ser Giovanni Sacchi di Trassilico (notaio dal 1575-1604) riportato nell’Archivio storico comunale parla del Mulino del Prete, vicino al Canale di Malbacco, di proprietà degli eredi del capitano Nicolao Venturelli di Molazzana. La lite fra i due paesi riguardava appunto il detto Mulino, dotato di selva, “canipali”, acquedotti e peschiera, che entrambi volevano “allibrare” fra i propri beni, riposizionando così gli antichi confini o termini.
La storia dei mulini del territorio di Molazzana sarebbe ancora da approfondire, anche perché storia di tutta la comunità, del suo sostentamento e di tradizioni millenarie. Sempre dallo statuto del 1663 sappiamo che per l’opera più gravosa, ossia il trasportare i pesantissimi ceppi e macine di pietra fino ai mulini comunali, dovevano collaborare uno per famiglia, de’ più habili al lavoro e, nelle famiglie dove non sarà uomini, siano tenute andavi le donne…alla faccia della pari opportunità.
Le Campane di San Bartolomeo di Molazzana
Non c’è dubbio che le campane, fin dai tempi più antichi, abbiano avuto un ruolo fondamentale in ogni comunità. Difficile anche poter risalire al primo inventore di questo strumento. Sicuramente è certo che in India i monaci utilizzavano piccole campanelle per riunirsi in meditazione. Ma anche gli Etruschi ed i Greci ne fecero diversi usi. L’etimologia dell’italiana “campana” deriva però dall’utilizzo del bronzo campano, che si riteneva buonissimo per questo scopo. La leggenda vuole che San Paolino, vescovo di Nola, ne sia l’inventore. Nella storia delle religioni ci fu, però, anche chi avversò l’uso della campana: basti citare Saladino, Maometto e Calvino. Questo dipese anche dal fatto che molti attribuivano, proprio alle campane, una particolare sacralità e quindi poteri soprannaturali. Possiamo ricordare, ad esempio, lo storico locale del XVII secolo, Pellegrino Paolucci, che parlando della campana della chiesa di Gragnana risalente al 1257, riferiva che riesce il di lei suono prodigioso nel rompere, e nello scacciare le Tempeste imminenti, così come succedeva per altre campane storiche della Garfagnana. Campana e campanile, inoltre, hanno da sempre impersonificato l’identità di una comunità.
Nelle epoche lontane le campane avevano un uso non esclusivamente religioso. Nel territorio locale riscontriamo infatti, anche in piccole realtà, campanili che avevano un tradizionale uso promiscuo, sia civile che religioso. Come non ricordare, ad esempio, l’alta e severa torre di San Frediano di Sassi, facilmente immaginabile come punto di osservazione e segnalazione ad uso dell’antico castello estense? Probabilmente la stessa sorte ebbe il campanile di San Bartolomeo di Molazzana, allocato al centro di quella fortificazione trasformata, nel 1926, in parco della Rimembranza. Le campane di San Bartolomeo servivano, di sicuro, per chiamare la cittadinanza nel castello in caso di attacco, come per convocare gli uomini della Comunità (l’antico consiglio comunale), al suono della Campana maggiore, così come ricordato dal primo capitolo dello statuto del 1663.
Bisogna rispolverare alcuni documenti dell’Archivio storico comunale per trovare un verbale del 29 novembre 1772, che riporta la complessa procedura volta a rifondere la vecchia Campana maggiore, che si era rotta nel mese di ottobre dello stesso anno. È lo stesso governatore della Garfagnana, il conte Camillo Munarini, che autorizza la convocazione dei capifamiglia per discutere dell’argomento. Vengono innanzi tutto nominati due mandatari, il signor Giuseppe Venturelli e il notaio Giovanni Ranieri Guidugli, affinché seguano con particolare cura i lavori della campana. La questione più importante, però, è come suddividere la spesa per la fusione fra la parrocchia e il comune. Un terzo, in base alle consuetudini, deve spettare alla Comunità, mentre il resto, secondo la loro disponibilità, all’Opera parrocchiale, alla Compagnia del Santissimo Nome di Gesù, alla Compagnia del Rosario e all’Altare del Santissimo Crocifisso. I capifamiglia, con i sindaci-consoli Antonio Jacopi e Matteo Cecchini, provvedono quindi ad autorizzare i mandatari a definire il prezzo e modalità del lavoro, come a prendere in prestito la somma necessaria, mettendo a garanzia i beni del Comune.
Le attuali tre campane, nel campanile esternamente rinnovato, sono state fuse al tempo del parroco don Antonio Vannucci, colui che volle riparare la frana che aveva distrutto l’antica chiesa di San Bartolomeo e ricostruire le sembianze della rocca estense. Le due maggiori, dedicate alla Vergine e a San Bartolomeo e la “piccola” hanno resistito all’ultima guerra e ancora suonano quotidianamente per scandire le ore di Molazzana e per alcune festività (salvo l’impedimento momentaneo per un batacchio da poco caduto…). La signora Olga, quasi come l’ultima castellana dell’indomito fortilizio, amabilmente pronta a ricordare aneddoti locali, rammenta quando l’esercito nazista minò il campanile, facendo drammaticamente finire le campane fin sulla piazza sotto la rocca, dove rimasero a suonare fino a quando furono ricollocate sull’antica torre.
Famiglie garfagnine sul Web
Non v’è dubbio che internet abbia negli ultimi anni permesso, nella realizzazione di una rete mondiale, lo scambio di informazioni e il ricongiungimento di quelle famiglie che, soprattutto dal XIX al XX secolo, avevano varcato i confini di altri paesi e continenti. Molti siti, blog e forum parlano di genealogia, richiedendo e offrendo dati e notizie sulle storie degli antenati italiani e, per quanto ci riguarda, di molti garfagnini doc.
Colgo l’occasione per ricordare, fra i tanti website, quello dell’amico Christian Pellegrinetti Coats, ricercatore al Trinity College di Dublino, che è dedicato alla storia e alla ricostruzione del gruppo familiare dei suoi avi irlandesi e dei Pellegrinetti di Puglianella (link). Una storia come tante e comunque unica, quella di Bernardino, emigrato a Londra alla fine dell’Ottocento. L’avventura comincia duramente con la vendita di gelato d’estate e di caldarroste in inverno. Seguito poi l’istinto imprenditoriale in breve il salto di qualità: il Pellegrinetti & Tolaini Restaurant aperto nel parco di Hampsted. Pasti caldi, tea room, pasticceria e il famoso gelato italiano furono la fortuna della famiglia Pellegrinetti e dei loro soci e discendenti.
Come non citare inoltre la storia dei vari rami dei Micotti di Camporgiano? Chissà se davvero discendono dai nobili Michelotti di Perugia. Cosa certa, però, che il ramo garfagnino si è poi spostato altrove ed i figli di un Vincenzo, nato in Garfagnana nel 1660, si trovano in Lombardia, Piemonte, Venezia, Lazio, Parigi, Poitou, Marsiglia, Svizzera, Spagna, Stati Uniti, Inghilterra, Brasile ed Argentina. Una breve descrizione dello storico personaggio Anselmo Micotti e di alcuni gruppi familiari si trova su Wikipedia, l’enciclopedia libera del Web (link). Il francese Daniel Micotti ha inoltre scritto un volume dedicato alla famiglia: Recherche de documents divers concernant la famiglia dei Michelotti et dei Micotti.
Tutto da leggere il particolareggiato lavoro di ricerca della famiglia Leonardi/Lunardi di Gragnanella, che ricostruisce la storia di un emigrante ante litteram, Rocco, nato nel paese garfagnino nel 1742 e diventato poi uno dei colonizzatori della Florida nei decenni successivi (link). Fra le avventure dei pionieri un verbale processuale racconta l’incredibile avventura di Antonia Bonelli Leonardi, moglie di Bartolomeo Giuseppe, catturata dagli indiani e tenuta, per ben 22 mesi, in prigionia in un accampamento della tribù dei Miccosukee nel 1802 in Saint Augustine, Florida.
(nella foto: Londra, il Pellegrinetti & Tolaini Restaurant)
Un garfagnino che disobbedì a un Serenissimo Principe

Poco nota è la biografia del garfagnino Bartolomeo Valdrighi, nato a Castelnuovo di Garfagnana il 14 ottobre 1739, figlio di Giacomo Filippo, capitano dei Bombardieri di Montalfonso e di Anna Caterina Pieracchi. Sconosciuta la sua sfortunata storia di uomo retto e intellettualmente onesto, che pagò di persona il suo rigore morale, avendo una sola volta osato contraddire il Serenissimo Principe dell’epoca. Cambiano i tempi ma forse non i personaggi, quindi gli eventi che andiamo a raccontare possono ripetersi e, magari, essere ancora utili ed insegnare qualcosa. Il nostro Valdrighi studiò prima legge nell’Università di Reggio e si laureò, come tradizione per l’epoca, in utroque jure (diritto civile e canonico) a Modena nel 1761, dopo essersi sposato con Maria Apollonia Grisanti di San Donnino, della quale ho già trattato -stavolta per causa di parentado- in passato sul “Corriere”. Lo stesso anno della laurea, con chirografo di Francesco III d’Este, il Valdrighi veniva subito nominato avvocato e abilitato a patrocinare avanti qualunque giudice e tribunale. Immediatamente si distinse per le sue capacità e, già nel 1762, era nominato Segretario del Supremo Consiglio di Giustizia del Ducato e nell’anno successivo, a soli 24 anni, Ministro Auditore nel Magistrato sopra la Giurisdizione. Nel 1764 decide di partire per un avventuroso viaggio, andando all’Università di Lipsia per approfondire i temi del diritto pubblico. Alla conclusione della meritata specializzazione presentò una tesi sulla quadruplice alleanza del 1718 (fra Inghilterra, Austria, Francia e Olanda contro il tentativo spagnolo di predominio del Mediterraneo) ricevendo il plauso di importanti giuristi europei. Tornato in patria nel 1766 fu incaricato, quale primo docente di diritto pubblico, di tenere apposite lezioni proprio nell’Università di Modena. Nel 1771 completava il suo più importante e noto lavoro dedicato alla codificazione delle leggi e costituzioni del Ducato (il Codice Estense), aiutando non poco alla definizione di un diritto generale, e segnando i veri principi della giurisprudenza, ponendo argine agli abusi e ai deviamenti del Foro, prescrivendo ben chiaramente le regole dell’Amministrazione della Giustizia sì civile che criminale.
Il duca Francesco III d’Este lo ricompensò per l’opera svolta col titolo di conte del feudo di Deusi e poi delle Carpirete per sé e suoi discendenti maschi e incaricandolo, successivamente, della compilazione degli statuti del Monte Generale dei Pegni, dell’Amministrazione dell’Opera Pia Generale dei Poveri e dei regolamenti della nuova Università modenese.
Nel 1776 la morte di Giberto Pio di Savoia, marchese di Castel Rodrigo e la successiva controversia per la successione degli Este al ramo sabaudo spagnolo, furono la causa dell’infelice sorte dell’onesto Bartolomeo Valdrighi. Lo stesso Consiglio di Giustizia di Modena aderì ad un parere legale espresso pubblicamente dal conte Valdrighi, che ben argomentando, negava decisamente ogni diritto di Francesco III sui possedimenti romani del defunto Savoia. La successiva vittoria della causa alla Rota romana da parte degli eredi di Pio di Savoia sulle pretese modenesi fece andar su tutte le furie l’Este e, conseguentemente, cadere in disgrazia il Valdrighi. L’oramai ottantenne Duca, che aveva più volte riconosciuto pubblicamente le capacità del giureconsulto garfagnino, tolse solo per questo parere al nostro Bartolomeo ogni incarico a far data dal 1779, lasciandolo senza lavoro e stipendio. Il Valdrighi, nell’impossibilità di trovare lavoro in patria, abbandonato quindi il ducato modenese espatriò a Genova, rimediando una dignitosa occupazione quale avvocato fiscale della Rota criminale. Bartolomeo Valdrighi vi morirà il 16 dicembre 1787, appena quarantottenne, senza aver rimesso piede nel Ducato estense e nella natia Garfagnana.
(nella foto: Francesco III d’Este)
Un garfagnino pioniere e gli indiani Miccosukee
Rocco Pellegrino Leonardi (o più probabilmente Lombardi) nacque a Gragnanella il 9 ottobre del 1741 e arrivò in St. Augustine, in Florida, nel 1768, con la spedizione di Andrew Turnbull, spregiudicato e crudele reclutatore di colonizzatori nel Mediterreaneo, guadagnandoci probabilmente un poco proficuo rapporto di mezzadria decennale e la promessa di un pezzo di terra in proprietà a fine contratto. Nel 1787 Rocco possedeva a New Smyrne già quattro case, cinquanta acri di terra, due cavalli e uno schiavo. Sposò nell’isola di Minorca prima la spagnola Esperanza Balla e, nel 1774, oramai in America, Agueda Coll. Un figlio di quest’ultima e di Rocco, Bartolomeo Leonardi, si era invece coniugato con la connazionale Antonia Paola Bonelli, protagonista di un’avventura per noi quasi cinematografica, riportata fedelmente nell’Archivio di Stato di Washington (Carte 1861, Classe V, Affari Militari, Vol VI, p. 500) che vale la pena di ricordare per sommi capi. Dobbiamo infatti a questa testimonianza, raccolta dal giudice di pace della Contea di St. John, il racconto in prima persona di Antonia che, nel 1802, appena sedicenne, fu rapita assieme alla sua famiglia dagli indiani della tribù Miccosukee. Un gruppo di guerrieri nativi colsero di sorpresa la madre Maria Bonelli e i cinque figli nella fattoria di Mantanzas. Il più grande, Tommaso, ventiseienne, nel tentativo di difendere la famiglia fu ucciso e sul suo scalpo, ricorda Antonia, i Miccosukee ballarono dopo aver diviso il bottino rubato ai Bonelli. La donna e i figli, riporta la testimonianza, furono fatti prigionieri circa alle tre del pomeriggio, e costretti a marciare di giorno e di notte fino alla seconda giornata. Poi si fermarono e si accamparono fino al mattino del terzo giorno, quando iniziarono a camminare di nuovo, viaggiando fino al tramonto. Il gruppo attraversò lande, gole, fiumi e laghi, solo con piccole soste, arrivando dopo ben ventiquattro giorni di marcia alla città indiana chiamata Mickasuky, comandata dal capo Ken-ha-jah. La tribù dei Miccosukee era originaria del Tennessee ed imparentata con i più famosi Seminole. Questa passò prima dalla Carolina e poi nel nord dell’Alabama per finire, nel XVIII e XIX secolo, nel nord della Florida. Si pensa che il nome della tribù sia stato attribuito in realtà dai colonizzatori spagnoli che esclamarono, alla loro vista: son como micos sucios, ovvero “sono come scimmie sporche”. Così almeno dalle cronache di Juan Ponce de León y Figueroa, esploratore e primo governatore di Porto Rico.
Il padre di Antonia Bonelli, cercando di liberare la famiglia, inviò il mediatore Jack Forrester fino alla tribù dei rapitori, con ben trecento dollari per il riscatto. Gli indiani, ritenendo la cifra insufficiente, consegnarono a Forrester solo parte della famiglia, trattenendo Antonia e il fratello Giuseppe, che furono liberati solo dopo 22 mesi di prigionia e altri duecento dollari sborsati alla tribù. Antonia poté così finalmente ritornare a St. Augustine accompagnata dal cognato Thomas Pacety e direttamente da Payne, il capo dei Seminole. Dopo quattro anni Antonia sposò il nostro Bartolomeo Leonardi, portando con sé da Mickasuky village non solo il ricordo di quest’orribile esperienza ma anche una figlia, battezzata poi col nome di Maria Antonia Domenica Bonelli, avuta dall’uomo di medicina del villaggio indiano.
27 dicembre 2010
Vibbiana di San Romano in Garfagnana: per una genealogia di paese
Per genealogia si intende, normalmente, lo studio dell’origine e della discendenza di famiglie e di stirpi. Indubbiamente la ricerca genealogica ha riguardato, in passato, la storia delle famiglie nobili e reali o soddisfatto, per taluni, l’ambizione di ritrovare avi illustri o emblemi araldici (spesso appartenuti a chissà chi) da appendere alle pareti domestiche.
In realtà la pratica genealogica ha radici molto più antiche. Già nella Bibbia ritroviamo la discendenza dei patriarchi e dei re d’Israele ma anche egizi, greci e romani ben conoscevano gli strumenti metodologici per la tracciabilità della stirpe e l’importanza della genealogia.
Non possiamo non evidenziare che, secondo un certo tipo di interpretazione formale, la ricerca genealogica indaga, seguendo la discendenza o l’ascendenza di un certo soggetto, una relazione familiare patriarcale. Questo ne ha spesso comportato l’obiettivo di distinguere la mia famiglia dalla tua e da quelle altrui. Una genealogia quindi indirettamente al servizio dei gruppi familiari, che rischia di “dividere” la società in tanti piccoli nuclei di discendenza diretta e separare, invece che riunire, la globalità dei consociati.
L’obiettivo di questa semplice raccolta di dati familiari ha tutt’altro scopo. Presentando i riferimenti anagrafici di un intero paese (Vibbiana, frazione del Comune di San Romano in Garfagnana) si vuole innanzi tutto mostrare come le relazioni parentali di una comunità non siano prettamente mononucleari ma sostanzialmente comuni. Egualmente i due atti riportati, che vanno dal 1809 al 1890 circa, permettono di fotografare una realtà in profondo mutamento demografico, che porterà al ben conosciuto fenomeno dell’emigrazione di massa proprio alla fine del XIX secolo. Potremmo dire, confrontando i dati di oltre un secolo, che ci troviamo di fronte ad un paese-famiglia, probabilmente così strutturato da secoli e secoli di storia comune. Questa trascrizione dei registri contenuti nell’Archivio di Stato di Lucca e nel Comune di San Romano in Garfagnana è rivolta anche ai discendenti dei nostri italiani all’estero, spesso tanto desiderosi di rinvenire il fil rouge che li collega alle nostre comunità, così come noi ambiziosi di ritrovarci nel mondo intero.
In realtà la pratica genealogica ha radici molto più antiche. Già nella Bibbia ritroviamo la discendenza dei patriarchi e dei re d’Israele ma anche egizi, greci e romani ben conoscevano gli strumenti metodologici per la tracciabilità della stirpe e l’importanza della genealogia.
Non possiamo non evidenziare che, secondo un certo tipo di interpretazione formale, la ricerca genealogica indaga, seguendo la discendenza o l’ascendenza di un certo soggetto, una relazione familiare patriarcale. Questo ne ha spesso comportato l’obiettivo di distinguere la mia famiglia dalla tua e da quelle altrui. Una genealogia quindi indirettamente al servizio dei gruppi familiari, che rischia di “dividere” la società in tanti piccoli nuclei di discendenza diretta e separare, invece che riunire, la globalità dei consociati.
L’obiettivo di questa semplice raccolta di dati familiari ha tutt’altro scopo. Presentando i riferimenti anagrafici di un intero paese (Vibbiana, frazione del Comune di San Romano in Garfagnana) si vuole innanzi tutto mostrare come le relazioni parentali di una comunità non siano prettamente mononucleari ma sostanzialmente comuni. Egualmente i due atti riportati, che vanno dal 1809 al 1890 circa, permettono di fotografare una realtà in profondo mutamento demografico, che porterà al ben conosciuto fenomeno dell’emigrazione di massa proprio alla fine del XIX secolo. Potremmo dire, confrontando i dati di oltre un secolo, che ci troviamo di fronte ad un paese-famiglia, probabilmente così strutturato da secoli e secoli di storia comune. Questa trascrizione dei registri contenuti nell’Archivio di Stato di Lucca e nel Comune di San Romano in Garfagnana è rivolta anche ai discendenti dei nostri italiani all’estero, spesso tanto desiderosi di rinvenire il fil rouge che li collega alle nostre comunità, così come noi ambiziosi di ritrovarci nel mondo intero.
04 marzo 2007
Un arbitrato cinquecentesco fra Sassi ed Eglio
Scriveva lo storico ottocentesco Carlo De Stefani, a proposito “Di alcune proprietà collettive nell’Appennino”, che “tra i fatti più adattati ad illustrare la storia non chiara delle antiche popolazioni italiche e dei lori istituti è senza dubbio quello delle proprietà collettive”.Non c’è dubbio che gran parte del territorio dei nostri paesi era gestito, fin dai tempi più antichi, da una comunione, di tutti gli appartenenti alla comunità. Si trattava di un sistema “collettivista” proprio di diverse popolazioni e di molti periodi storici. Difficile tornare indietro nel tempo e affermare, con certezza scientifica, a chi imputare l’origine di queste tradizioni. Potrebbe essere affascinante immaginare già i Romani, nel secolo II° d.C., lasciarci questa importante eredità. Ma chi può invece escludere una memoria ancora più antica, magari risalente ai fieri Liguri Apuani, oppure più verosimilmente alla cultura giuridica nordica dei Longobardi?
Se si può sicuramente dichiarare che gli usi civici hanno permesso, nei secoli, lo sviluppo e il sostentamento dei nostri comuni rurali, altrettanto certo è che, una gestione collettiva dei beni, non è costituzionalmente facile da mantenere giorno dopo giorno, nel vivere quotidiano. Possiamo pensare alle attuali liti, assai frequenti, in merito alle comunioni ereditarie, e si comprende quanto facili dovevano essere le controversie relative ai boschi ed ai pascoli di un paese intero. Le cose si complicavano se, oltre a dover gestire i conflitti interni, gli screzi riguardavano la comunità vicina, in definizione di confini e rapporti vari.
Risale al 1565 un interessante arbitrato (o “accomodo”) fra le comunità di Sassi e di Eglio, recentemente rinvenuto nell’Archivio Storico del Comune di Molazzana. Grazie ad un compilatore seicentesco, il notaio Alfonso Ponticelli di Castelnuovo, possiamo avere notizia di questo atto, formato da quattro arbitri (due di Sassi e due di Eglio), autorizzati da un compromesso formale dei rispettivi consigli che riporta: “Vedendo e conoscendo nascer liti, e contesa fra li detti communi et uomini per non esser confini, che dividino i luoghi, territorio e le giurisdizioni d’ambe le comunità e desiderando tor via le discordie e controversie che al presente si ritrovano, come ancora schifare ogni lite e discrepanza, che in l’avvenire potesse nascere”.
Interessanti sono le località riportate, che al posto degli attuali mappali catastali ci danno l’idea delle linee immaginarie che avrebbero dovuto separare i due paesi. Riportiamo, ad esempio, il confine “dal Molino di Stazzana salendo ed andando per il letto del Canale di Tigliora fino alla Maestà della Croce posta fra Sassi et Eglio nel Crociale”. Sono citati altri luoghi nel documento, quali ad esempio Lezzoni, Monte d’Anima, Malbacco della Foce, Via di tre Canali, Aretta di tre Canali, Grotta diriguardo, Foce di Calcinaia, Focettina di focchiata, Bocca di pian di lago, Colle della borra dell’Arato, Canale di Porchia, Colle a Campigliaia ecc.
Nell’occasione dell’arbitrato si ridefinisco le regole di convivenza già previste negli Statuti, prevedendo, ad esempio, che non si possano “far ciocchette sopra li predetti beni…né (si) possano tagliar castagni, o rami, cerri, querce o altri alberi silvatici”. Egualmente vietato il “portar foglie dalle selve d’altri senza licenza dei padroni delle dette selve insino doppo la festa del Natale”. Per i pascoli si ridefiniscono tutte quelle aree anticamente comuni (ad esempio “dal Colle di Campigliaia in là, verso la Pania”), come i beni che debbono invece restare di un solo paese (”…eccetto però il Prato luogo detto di Pianiza, quale è della Comunità di Sassi”). In merito alle vie di comunicazione gli arbitri condannano i due paesi “a risarcire et accomodare le strade, per le quali si va all’Alpi, unitamente et d’accordo secondo il tenore di un certo istrumento et contratto già fatto fra li detti Communi l’anno 1561…”.
I conflitti, non intesi necessariamente come disvalore, sono insiti nella stessa essenza dell’essere umano. La nostra storia, quella “garfagnina doc”, ci dimostra qui come si possono trovare delle soluzioni condivise che permettono di vivere, pacificamente, su un territorio comune. Come direbbe il televisivo Lubrano “la domanda sorge (allora) spontanea”: perché oggi non sappiamo risolvere, spesso e volentieri, neanche una lite di condominio?
08 ottobre 2006
Garfagnana underground: la Romita di Cascio
Con “Garfagnana underground” non intendo sponsorizzare né una metropolitana leggera come pure andare a ricercare, nel sottosuolo, qualche vena mineraria o ricchezza petrolifera locale. Meglio chiarirci subito. Non voglio neppure aprire le porte alla contaminazione del vernacolo garfagnino con l’idioma anglosassone, anche se, spesso e volentieri, è più facile sentire, per i nostri paesi, people who speaks English che non anziani conterranei che parlino della tèra cume faceva il Togno della Nena. Quando parlo di “Garfagnana underground” mi riferisco, invece, a quella Garfagnana nascosta, poco conosciuta, un po’ fuori dalle mete dei turisti, che non può dirsi “minore”, ma che ancora aspetta di essere scoperta dai più e, forse, meglio conservata o valorizzata.
Bisogna prima di tutto affermare onestamente che, negli anni, di acqua del Serchio, sotto i ponti garfagnini, ne è passata davvero tanta. Chi non ricorda, fino agli anni ’80, tanto per fare due esempi, il triste abbandono della Fortezza delle Verrucole o lo stato disastroso di Montalfonso? Si trattava di ferite profonde nella nostra storia che gridavano vendetta. Possiamo invece dire oggi di aver avuto la fortuna di vedere, negli ultimi decenni, molti dei nostri monumenti che sono tornati, alcuni felicemente altri forse un po’ meno, ad essere dei dignitosi biglietti da visita di tutto il territorio garfagnino. In questo caso possiamo essere orgogliosi per quanto ci appartiene e che abbiamo ricevuto in eredità, conservandolo dignitosamente grazie anche all’impegno di soggetti pubblici sensibili e lungimiranti.
Ci sono però, ancora oggi, realtà che attendono un intervento, luoghi da valorizzare e angoli di Garfagnana che meritano una loro giusta considerazione.
Non è molto tempo che sono tornato a visitare la “Romita di Cascio” o Santa Maria Maddalena. Non so quanti conoscano questo luogo, sperduto nei boschi non molto al di sopra dell’abitato della frazione di Molazzana. Si tratta di quell’antico convento di Monache Agostiniane, originariamente dedicato a Sant’Anna, di cui abbiamo notizia nel 1227, quando il Vescovo lucchese Opizzone lo unì alla chiesa di San Michele di Brancoli. Nel tempo venute meno le suore, il luogo fu conservato da un eremita, da cui il nome, mantenuto fino ad oggi, de “La Romita”. I secoli di abbandono, le guerre come i terremoti hanno purtroppo minato la solida struttura, che ancora mantiene però, nelle pareti rimaste in piedi, i tratti solidi ed eleganti del romanico. All’interno della chiesa, ad unica navata, è nato un piccolo bosco dopo il crollo del tetto a capriate. Ancora si nota l’altar maggiore, le strette monofore nel lato Nord e la massiccia porta che conduceva ai locali ad uso dell’eremita. Alle pareti oramai scrostate dell’edificio sacro sono rimaste murate delle bellissime lapidi funerarie, novecentesche, degli abitanti di Cascio che decisero di farsi tumulare nell’antico convento. Non è facile, soprattutto con la vegetazione estiva, districarsi fra i rovi e gli arbusti del bosco, per raggiungere a piedi La Romita. Il contemporaneo cartello che indica il monumento, sulla strada che da Monteperpoli porta a Montaltissimo, fa immaginare invece al visitatore un facile accesso ed un fabbricato religioso dignitosamente conservato. Sono certo però che, così come accaduto nel tempo per altre eredità garfagnine, anche l’antica chiesa delle Suore Agostiniane tornerà, restaurata, a ricordarci la nostra millenaria storia e l’orgoglio locale per i luoghi della Fede. Questa “Garfagnana underground”, se vogliamo anche affascinante e misteriosa, lascia ogni giorno più spazio ad una consapevolezza della riscoperta come ad una responsabilità collettiva, che ci fa sperare molte buone cose per il nostro territorio.
16 settembre 2006
Ai tempi del Comune di Brucciano

Fra gli storici garfagnini del passato che ci hanno tramandato qualche notizia, più o meno precisa, sui nostri paesi c’è il cavalier Raffaello Raffaelli di Fosciandora, che parlando di Brucciano nella sua “Descrizione geografica, storica, economica della Garfagnana” del 1879 riporta “…(in antico Brutiano) all'altezza di metri 599 sul livello del mare, e alla distanza di chilometri 2.980 da Molazzana, cui sovrasta quasi perpendicolarmente col dislivello di metri 119. Quind'innanzi non incontreremo più la vite, ma soltanto campi, prati, pascoli, selve estesissime e boschi. Il paese cui siamo arrivati è composto di 29 case con 135 abitanti, divisi in 26 famiglie; ma il Parroco che regge quella chiesa di S. Sisto è pastore di 247 anime, di cui 112 sono sparse nelle vicine campagne, ove si trovano 27 case”. Una piccola comunità, quindi, composta non da moltissime famiglie, che però era già costituita, fin da tempi antichi, in autonomo Comune. Si pensi che gli Statuti di Brucciano si trovano ancora oggi conservati in Archivio di Stato di Modena, sono composti da 35 capitoli e risalgono al 1533-1535. Una modifica alle storiche regole di funzionamento del comune, approvata dai “vocali” (ossia da chi aveva diritto alla “voce”, cioè da coloro che oggi sarebbero chiamati consiglieri comunali) è del 1683, e si conserva, oltre che a Modena, anche a Molazzana, nell’originario registro delle delibere comunitative. Cinque articoli “rinnovano” le norme da osservarsi per il pascolo degli animali, per l’uso dei beni comunali, come per il taglio degli alberi. Si pensi, a titolo di esempio, che tutti coloro che abitavano in Brucciano dovevano pagare le tasse locali, anche se non avevano la residenza, che si poteva acquistare solo dopo ben sette anni di continuativa dimora in paese. Fra le famiglie che sedevano, da tempo immemorabile, in consiglio comunale ritroviamo i Venturelli, ramo di quella famiglia che, trasferita da Ferrara, era giunta in Garfagnana nel XVI secolo e che qui aveva fatto particolare fortuna. Abbiamo notizia, inoltre, che ai vocali appartenevano i Baldassarri, i Pieroni, i Bertoni e i Tosi. Sono rimaste storiche e famose, nei secoli, le liti con gli abitanti del confinante Eglio, che vengono testimoniate in minacce, ferimenti e suppliche prevalentemente nel corso di quasi tutto il Cinquecento. Cito due curiosità che risalgono invece alla fine del XVIII secolo. Il primo febbraio del 1795 il Comune dette all’incanto “il sonar le campane” della chiesa parrocchiale di San Sisto. Si trattava infatti di una funzione pubblica, non prettamente religiosa, che permetteva di avvisare tutto il paese quando si svolgeva la convocazione dei consigli della comunità, con il “suono della Campana Maggiore”. Chi si prendeva quest’onere era inoltre obbligato “a sonar le Campane col sonare l’ora di Notte secondo il solito, e l’avemaria la mattina a buon ora e tenere serrato il Campanile, riguardandolo dai ragazzi, e gente che possano pregiudicare tanto alle Campane che al Campanile”. Il paese aveva inoltre un’osteria comunale, che doveva anche questa, anno per anno, essere gestita da un abitante del luogo, obbligato a “tenerci il pane di Castelnuovo, secondo il peso e secondo i tempi”. Il mestiere dell’oste, un po’ come quello del parroco, implicava rigorosamente che l’assegnatario non poteva “tener mano ai figli di famiglia , a donne, ed altro, che potesse pregiudicare tanto al pubblico, che al privato, sotto pena della dimissione”.
23 maggio 2006
Dall’aria di mare al silvoso appennin
Dalle aspre Alpi Apuane al boscoso Appennino di Garfagnana, cantato dall’Ariosto, il passo è breve. Una regione naturale solcata dal Serchio, pascoliano fiume del popolo, che fiero scende verso Lucca, in cui si specchiano cento e più diversi campanili, castelli e rocche inespugnabili, monti aguzzi e dolci colline terrazzate dalla pazienza dell’uomo fin dalla notte dei tempi.Il vigoroso e continuo scorrere delle acque apuane e appenniniche ha modellato, oltre le strette valli unite da ponti medievali e spesso architettonicamente arditi, una dimensione culturale unica, di gente ancora oggi fiera e orgogliosa delle proprie origini millenarie. Memorie arcaiche che sanno ancora di buono, che ci ricordano il piacere della genuinità, i sapori schietti, la manualità di una volta, il calore familiare del caminetto e le differenti forme di una tradizione altrove scomparsa.
Non è quindi difficile seguire un percorso ideale che, nel corso dell’anno, ci ripropone, cadenzato dalle stagioni, il ritmo di una natura a cui l’uomo si è benignamente adeguato, nei secoli, ricavandone i prodotti migliori della nostra terra. Un calendario delle valli e della montagna, regione naturale di parchi, che partendo dalla ritualità dell’Epifania si conclude, dopo la festività longobarda di San Michele Arcangelo, nell’apoteosi del frutto del castagno.
Come non ricordare e non riproporre, quindi, i biscotti “befanini” che riportano ancora alla memoria i canti di questua e le serate invernali passate “a veglio”; l’olio nuovo, fruttato e deciso; i primaverili fiori d’azalea, delicati e dei più svariati colori; le antiche lotte medievali nelle rocche, risorte quasi magicamente dall’oblio del passato; i canti e i balli popolari, svago sereno nella vita di campagna; il saporito farro cucinato ad arte in torte e minestre; il “formentone” di fine estate, dorato e caldo, trasformato nella farina per polenta dalle macine in pietra mosse dagli impetuosi torrenti; le caciotte ineguagliabili, profumate dal latte di montagna; l’esperienza della norcineria più raffinata; l’artigianato della carta, bene prezioso e dei “gipskatter”, figurinai di un gesso venduto in ogni parte del mondo; i prelibati porcini serviti in più maniere; i necci e il castagnaccio, che con la polenta e la minestra di castagne secche (borghe o tullore), segnano l’apice di una tradizione che non ha eguali.
Non è possibile, quindi, giungere in questa terra senza coinvolgere tutti i sensi, lasciandosi guidare e cullare alla scoperta di un connubio di cultura popolare e gastronomia rispettose delle origini, di arti e mestieri unici ed al contempo universali: un percorso attraverso non comuni Ponti nel tempo.
Testamenti, ricchezze, miseria e nobiltà

Chi per professione, come per passione, scartabella fra le polverose carte degli antichi archivi notarili, sa quanto apparenti anonimi documenti legali contengano invece, spesso, interessanti informazioni e possono decifrare eventi, abitudini e costumi economico-sociali del passato.
Se poi si vuol fare della storia locale, non è possibile non imbattersi nei numerosi e massici fascicoli dei Notari di Garfagnana. A questa ricetta io aggiungo, come ultimo ingrediente, la genetica passione del giurista per la storia del diritto (…dovuta, magari, chissà, proprio agli avi di Garfagnana), che insaporisce "il piatto" e completa la miscela.
Gli spunti interessanti sono moltissimi, fonti d'utilità per il genealogista (ne sa qualcosa il nostro Topo d'Archivio) come per gli altri settori della ricerca. Non avendo il sottoscritto, volutamente, il rigore scientifico del ricercatore, ma la curiosità del neofita, si è imbattuto casualmente in atti che possono però avere la loro utilità e comunicarci qualche cosa di interesse.
Tratto qui di alcuni testamenti del Seicento, che anche se, premetto, apparentemente lugubri nelle formule di stile, ci danno uno spaccato del secolo della peste nera, che molto aveva influito sulle abitudine e sulla filosofia di tutti i giorni anche della Garfagnana.
Il testamento, quasi sempre raccolto dal notaio nella forma dell'atto pubblico, riportava ripetitivamente all'inizio invocazioni sull'Aldilà, con risvolti religiosi, tutti a favore però di un invito a far testamento non "all'ultimo de' loro giorni", forse anche a buon pro della professione notarile. Ad esempio: non essendo più cosa certa della morte al mondo, e più incerta dell'ora di quella essendo cosa da prudente disponere delle sue facultà prima d'essere aggravata dall'acutissimi dolori della morte, perché ritrovandosi in qualche punto la mente vagante, distratta da diversi pensieri, i sensi vacillanti, la lingua balbuziente, le forze estenuate, l'anima e l'intelletto non costante, ma gravemente agitate, come per il più accade a quelli che aspettano all'ultimo de' loro giorni de' beni loro, e trattare secondo l'altrui volontà et arbitrio… oppure: considerando che è meglio vivere con la paura di morte che con speranza di vivere, per ciò ha risoluto e determinato la suddetta… ed anche: perché la morte e la vita stanno nella mano del Signore e però appartiene all'homo prudente star sempre vigilante, come se sempre fosse l'hora della sua morte…
Il testamento, mentre oggi non è così atto frequentissimo, grazie alla portata delle successioni legittime, che garantiscono già equi diritti dei parenti prossimi, nel Seicento, indipendentemente dalle condizioni economiche del testatore, la principale preoccupazione riguardava, comunque, la condizione dell'anima. Ogni persona, nobile o peblea, ricca o povera, possidente o nullatenente, doveva pensare all'Aldilà ed il modo migliore consisteva nel prevedere dettagliatamente, ad esempio, il numero di messe da celebrarsi pro remedio anima, con le relative scadenze, come la donazione di oboli per le candele da usarsi durante il funerale e per elemosina dei sacerdoti intervenuti.
Si disponeva altresì la destinazione di terreni all'opera parrocchiale o a qualche compagnia, magari con riserva di "livello" (enfiteusi) a favore degli eredi legittimi. Dopo aver determinato il luogo della sepoltura (nel "cemeterio" o nei pressi di qualche altare dedicato al santo di devozione), il resto era dedicato ai beni materiali. Qui si poteva notare la differenza di ceto sociale, come la disposizione dei soli beni dotali in caso di donna testatrice. Dall'inventario dei beni di Elisabetta Zavaglia, moglie di Alfonso Ponticelli da Castelnuovo, redatto da Ser Pellegrino dei Nobili Bellonzi di Ferrara, possiamo immaginarci l'arredamento di una più che dignitosa casa garfagnina. Riporto parzialmente: una lettiera bassa di ferro a quattro pomi d'ottone; una lettiera rossa con profile d'oro; una lettiera di noce; sei materassi bassi di lana; due piume; sacconi numero sei; dui stramazzi di borra; un arazzo con la storia della Regina di Saba; un bavaglione del battesimo d'eremisino; tre quadri con reliquie e cornice negra; sei quadri con ritratti di principi e principesse; tre arme di Sua Altezza Serenissima; un tavolino grande di noce col piede lavorato; sei sedie di vacchetta con franze; quattro scrannini e un inginocchiatoio di noce; uno zaffiro grosso legato in oro in mezzo a sei diamanti; una rosetta d'oro con venticinque pietre bianche; un anello d'oro con diamante puro; libri stampanti di diversi autori numero cinquanta; …
Tutto questo ben di Dio doveva sembrare perfino inimmaginabile a Chiara di Molazzana, che alla fine del secolo XVII lasciava alle figlie la sua umile dote, consistente nello stretto necessario per la massaia dell'epoca: una cassa di legniamo di castagnio, un cassone di cerasia, una catena di ferro, un paiolo e un lavezzino.
14 maggio 2006
Molazzana: i mestieri dell’Ottocento

Risale al Decreto del 31 dicembre 1864, quando ancora Molazzana faceva parte della Provincia di Massa-Carrara, all’interno del Circondario della Garfagnana, l’istituzione –inizialmente facoltativa- del Registro di Popolazione del Comune. Con l’unità d’Italia si volle subito uniformare il sistema anagrafico che, già presente nelle grandi città, ancora non esisteva nei centri secondari. In Garfagnana, a dire il vero, già vi era stata, all’inizio dell’Ottocento, con Decreto del 24 aprile del 1806 di Elisa Bonaparte, una prima anagrafe sperimentale. Il codice napoleonico, infatti, rendendo di fatto i parroci ufficiali di stato civile, aveva imposto la registrazione, nel 1809, dei dati della popolazione residente. E’ però con la Legge del 20 giugno del 1871 che il sistema diventa obbligatorio e definitivo nell’Italia post unitaria.
Questi interessanti documenti, ancora conservati in Comune, ci possono fornire molte informazioni sugli abitanti delle varie comunità. Ogni pagina dei voluminosi tomi, identificando l’Isola, Piazza, Casale o casa sparsa, registra integralmente una sola famiglia. Si riportano i cognomi, i nomi, le paternità e maternità, il sesso, la relazione di parentela o di convivenza col capofamiglia, la professione-condizione-mestiere, il luogo della nascita, la data, e lo stato civile.
Semplici le regole di registrazione, che impongono all’impiegato di riportare, ad esempio, che le coniugate devono essere indicate col cognome della famiglia in cui sono nate. Per quanto riguarda i nomi, questi debbono essere scritti per intero, senza abbreviazioni, e va aggiunto, in relazione al fatto che il genitore fosse o meno ancora in vita, del fu o del vivente.
Di particolare interesse risulta l’indicazione della professione, che permette ad oggi un’indagine sugli strati sociali del territorio registrato. Riporta infatti il Decreto che non basta indicare generalmente negoziante, bracciante, agricoltore, ma è necessario specificare il genere di commercio d’industria o di lavoro, se maestra o garzone, se agricoltore, proprietario, fittaiuolo, se mezzadro, ecc. ecc.
Non v’è dubbio che, nella comunità di Molazzana, la professione prevalente fosse legata all’agricoltura. Una buona parte di abitanti, lavorando terreni propri o concedendoli in mezzadria, all’anagrafe risultano qualificati come Possidenti o Proprietari (o Pensionati se ritirati dall’attività). Un’altra parte importante invece, non lavorando terra propria, si trova iscritta in qualità di Colono, Contadino o, se del caso, solo Bracciante.
I parroci della fine dell’Ottocento, quasi sempre possidenti, sono fra i pochi “immigrati” della comunità: troviamo, ad esempio, nel periodo considerato, don Giovanni Cancherini (classe 1844), originario di Metello di Castelnuovo e don Sante Mannelli (classe 1810) di Massa di Sassorosso.
Altri mestieri sono presenti, come quello di Bottegaio (n. 4), Fallegname (sic, n. 2), Calzolaio (n. 2), Muratore (n. 2), Sartore (sarto, n.1). Fra le attività non più esistenti è da citare l’artigianato del gesso, che anche a Molazzana conta ben due famiglie di figurinisti o Figuristi: i Corti ed i Lombardi.
Non mancano anche le professioni “liberali”, come Giacomo Ponticelli, (notaio, classe 1845), Iacopo Catelli (farmacista, classe 1853) e Luigi Guidugli (avvocato, classe 1846).
Non possono non citarsi anche i meno fortunati, spesso donne cadute in disgrazia a causa di precoci vedovanze con numerosa prole, che in assenza degli attuali servizi sociali dovevano provvedere, in qualità di Poveri o Mendicanti (n. 7), a sostenersi chiedendo, in giro per i paesi, l’elemosina.
10 maggio 2006
Storie di famiglia, storie di tutti noi

Non v’è dubbio che la genealogia, scienza che studia la storia delle famiglie, non esprime più, indissolubilmente, quel ramo cadetto del diritto nobiliare, ma è oggi portatrice, spesso, di un sano bisogno di conoscenza delle origini di chiunque di noi. Una sorta di micro-micro storia, dove l’individuo assume il ruolo di tessera elementare di un mosaico che poi si chiama, ai macro livelli, Storia con la S maiuscola. Il gran numero di associazioni genealogiche francesi ci dimostrano, in un paese dove ad una parte della noblesse avevano senza troppe preoccupazioni tagliato la testa, quanto sia forte il bisogno di conoscersi e riconoscersi attraverso la storia dei nostri avi. I legami di parentela, che si perdono fino nella notte dei tempi, se facciamo due conti, ci riuniscono in una grande famiglia universale, riflessione che potrebbe aiutare a superare conflitti, egoismi campanilistici odierni e le attuali organizzazioni sociali sterili e mononucleari.
Sono però oggi, nell’esperienza locale, prevalentemente i discendenti degli emigranti che, desiderosi di prendere conoscenza di un legame spesso interrotto da decenni, chiedono informazioni, notizie, documenti e certificati degli avi lasciati nei paesi della Garfagnana. Non è certo facile, soprattutto a distanza, accedere agli archivi parrocchiali, agli atti dell’anagrafe post unitaria, ai registri notarili: tutte fonti ricchissime di informazioni per ricostruire una spesso intricata tela di relazioni parentali, omonimie, numerose proli e, dall’Ottocento, diaspore emigratorie che decimarono la popolazione facendo perdere traccia di una buona parte dei paesani partiti per La Merica.
Gli sforzi fatti negli anni per riprendere possesso della propria storia familiare hanno prodotto, spesso, interessanti frutti. Se navighiamo in Internet non è difficile imbattersi in siti che riportano, anche con modalità graficamente accattivanti, i risultati di anni di ricerca, svolti a distanza, spesso con un oceano di mezzo. L’utilizzo del computer ha permesso talvolta di trovare corrispondenti locali che, mossi da tanta buona volontà e abnegazione, hanno collaborato alla ricerca del parentado e della storia degli avi dispersi.
Come non citare il percorso fatto dalla famiglia Vanni, figurinai di Vergemoli - Fabbriche di Vallico, giunti fino in Cile, nella seconda metà del 1800, riscoperto negli anni ‘90 da Carlos Vanni?
In portoghese troviamo sul Web anche la storia della famiglia Fiori (Domenico e Giovacchino) partita da Castelnuovo, in Garfagnana, nel 1885, fra i colonizzatori di Vila Flores, città che dista circa 170 chilometri da Porto Alegre, in cui ancora oggi si può vedere il Cafè colonial Casa Fiori.
Fra le storie di famiglia è interessante anche il semplice lavoro fatto dai Davini , originari di Camporgiano e, nella storia, resi famosi dal personaggio del dottor Giovan Battista, medico di Rinaldo I d’Este che, assieme all’illustre Antonio Vallisneri (che poi era il nipote), portarono alle stampe nel 1725 il volume dedicato alla Dissertazione sul bere il vino caldo.
Molto blasonato il sito della famiglia Bertacchi, garfagnini doc dalla notte dei tempi. Chissà se discendono davvero dai Conti di Roccalberti e dai nobili longobardi? Certo è che nei secoli, sparsi per varie discendenze, dal vescovo di Modena del Seicento Pellegrino Bertacchi fino al trasferimento di un ramo a San Paolo del Brasile , la progenie è davvero numerosa.
Non meno curato il portale dei Guidugli di Molazzana che, con una interessante premessa storica sull’origine della famiglia, si dedica poi a tracciarne i percorsi di emigrazione in Austria, Francia, Brasile, USA, Argentina ed Uruguay.
Poche parole di Carlos Vanni ci fanno ben percepire le motivazioni profonde di questa ricerca: fin da ragazzo mi sono sempre domandato quale era l’origine del mio cognome, forse perché appartengo all’unica famiglia Vanni del Cile. Non sapendo niente all'incirca la procedenza (sic) dei miei antenati, mi attirava ancora di più il fatto di cercare seriamente le mie radici. L’unico dato che avevo riguardava il mio bisnonno Alessio Vanni, nato il 19 Dicembre del 1832, che arrivò a Cile procedente (sic) da Fabbriche di Vallico, nella Garfagnana – Lucca – circa il 1860; il suo mestiere era Figurista in gesso. E finalmente giunse il momento del ritorno al paese delle origini, mai veduto, provando sensazioni uniche. Ci ricorda ancora il Vanni: quando camminavo per le strette strade del paese per le quali avevano camminato i miei antenati, le signore che sapevano da dove venivo, mi salutavano affettuosamente invitandomi a casa di loro dove scherzavamo ed alcune finivano anche per commuoversi (…).
[Foto di Fiorelo Décimo Fiori, figlio di Giovacchino Fiori, in Brasile]
18 marzo 2006
Siamo tutti un po’… Guidugli
Se in genere queste occasioni per scrivere su La Pania mi offrono l’opportunità di andare a rispolverare, dopo secoli, qualche voluminoso tomo d’archivio, stavolta ho voluto cambiare metodo, o meglio la fonte, e approcciarmi alla storia attraverso i più moderni mezzi offerti dalla tecnologia. La genealogia, ossia la scienza che si dedica alla ricerca della storia delle famiglie, ha assunto negli ultimi anni la portata di un fenomeno particolarmente diffuso, soprattutto per gli emigranti che, portando ancora un cognome italiano, ambiscono giustamente a conoscerne origine e significato. La passione che porta ad andare indietro nel tempo, superando la memoria familiare per immergersi nella notte dei tempi, ci fa riconoscere parte di una “grande famiglia”, varcando spesso i confini nazionali alla ricerca di un albero i cui rami si protraggono dovunque. Con questo spirito Luiz Alvarenga Guidugli Jr. di Florianópolis, in Brasile, ha raccolto dati ed informazioni di 998 parenti, sparsi in tutto il mondo. Con il supporto del nostro storico locale Amedeo Guidugli è nato un sito internet, filo conduttore della storia familiare, da cui ho tratto buona parte di queste informazioni.Non credo vi sia dubbio alcuno che, fra le famiglie più antiche di Molazzana, siano da ricomprendere i Guidugli. Basta ad esempio andarsi a leggere i nomi dei più rispettabili anziani statutari del Comune nell’Anno del Signore 1663, per riscontrare come ben cinque già appartenevano a quella progenie, particolarmente diffusa su buona parte del territorio. Probabilmente vezzeggiativo del patronimico e longobardo Guido, il suffisso –uglio ha caratterizzato nella storia italiana, quasi sicuramente, solo questa famiglia garfagnina. Se vogliamo andare molto indietro nel tempo è l’Archivio arcivescovile di Lucca che ci riporta, in un atto del 23 giugno 1361, l’esistenza del magistri Guidugli de Gallicano, di sicuro un artigiano già degno di particolare nota. Il conterraneo Alcide Rossi, nella sua Garfagnana illustre, ci ricorda un Filippo Guidugli, Maggiore del Corpo dei Pionieri di Francesco IV d’Este, morto a Modena il 13 maggio 1896. Molto più facile, scorrendo i verbali dei Consigli della Comunità di Molazzana, ritrovare altri nomi di rilievo. Come non rammentare, ad esempio, il signor capitano Luca Guidugli di Piata, che tanta parte ha avuto negli affari napoleonici della Garfagnana dei primi dell’Ottocento? Non di meno pregio i rappresentanti della famiglia iscritti, nei secoli, al ruolo notarile: Antonio Guidugli (i suoi atti vanno dal 1652 al 1709); Giuseppe Guidugli (1666-1709); Luca Guidugli (1657-1672); Giovanni Sante Guidugli (1686-1715); Giovanni Ranieri Guidugli (1753-1805) e Nicolao Antonio Guidugli (1767-1771). Il paulista Luiz Guidugli, nel sito internet, cerca di ricostruire i quasi mille appartenenti alla famiglia legandoli a sette capostipiti, coniugati con Maria Lucia Bertoncini, Maddalena Giannasi, e Maria Trasti di Molazzana; Teresa Filippini e Giovanna Torre di Montaltissimo; Diamanta Landini di Fivizzano e Felicità Nuccini di Cascio.
Guardandosi in giro, navigando sul Web, si scoprono altri Guidugli “illustri”, questi però a noi contemporanei. Mi riferisco, ad esempio, al prof. Oidebler Santo Guidugli, docente alla facoltà di Geografia dell’Università Statale di San Paolo del Brasile; il prof. Paolo Podio Guidugli, studioso di ingegneria civile all’Università di Roma3; Gino Guidugli, uno dei massimi quaterbacks nel football dell’Università di Cincinnati, Ohio; il dott. Daniel T. Guidugli, giudice della Corte d’Appello del Sesto distretto dello Stato del Kentucky.
Sono certo che, quindi, se anche noi andassimo a fare una ricerca nell’albero genealogico, troveremmo molto probabilmente, prima o dopo, un legame con la famiglia Guidugli. Ho provato anch’io a rimettere mano alle carte di famiglia e, “appena” cinque generazioni indietro, ho trovato, come sposa dell’avo caporale Giovanni Pellegrino Bellonzi, Maria Oliva Guidugli di Molazzana.
Forse è vero, siamo tutti un po'… Guidugli.
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